14
luglio
2010

Caravaggio: Predark

Un articolo di Andrea Dusio pubblicato su RollingStone in edicola a Luglio.

 

Prime mover di tutta l’estetica della strada, della vita disordinata che tracima nell’arte, della trasgressione vissuta come decalogo. Axeman del pennello, in bilico tra Pasolini e Barman: così è banale, peggio, è falso.

Al funerale di Raffaello, il golden boy del Rinascimento – morto per la gioia dei cabalisti a 37 anni esatti (6/4/1483–6/4/1520) in seguito a “eccessi amorosi” – le groupie piangevano isteriche, mentre la salma veniva inumata al Pantheon. Michelangelo Merisi, allevato tra Milano e Caravaggio nell’epoca sudicia e sfarzosa degli spadaccini da sacrestia, con le immagini della peste del 1576 negli occhi come un devastante catastrophe movie capace di strappargli in una notte mezza famiglia, è crepato invece il 18 luglio 1610, solo su di una spiaggia della Maremma, senza coincidenze numerologiche, dimenticato dai suoi protettori e braccato dai suoi nemici, dopo aver esaurito a 39 anni una vita di lavoro e di fuga, non più violenta della media dell’epoca (un solo omicidio all’attivo), né più sfigata.

 

Slash metteva il tè alla pesca nella bottiglia del Jack Daniel’s?
I pipistrelli di Ozzie erano di plastica?
Non è dalla biografia che si riconosce un rocker, e anche le mitologie maudit costruite attorno a Caravaggio stanno a zero, conta solo l’opera.
Prendiamo l’immagine da etichetta di vino IGT del Bacchino malato, una delle icone più consunte della storia dell’arte. Dentro ci sono tutti gli stenti iniziali di un ragazzo che a 20 anni è ancora un pittore dilettante, appena arrivato a Roma, e che non ce la fa a campare del proprio mestiere. Gli tocca vivere in un b&b, da un prelato squattrinato che la sera come cena gli passa due foglie di cicoria, e diventerà nella memoria “Monsignor Insalata”. Quando riesce a entrare in una bottega ben avviata, lo mettono a dipingere “capocce”, produzione seriale di teste tutte uguali, come fare le fotocopie. Non gli va meglio al secondo incarico. Gli tocca fare frutta e fiori, genere in cui eccelle, perché a Milano, da adolescente, ha imparato a riprodurre splendidamente la natura dal vero. Oggi lo diremmo un iperrealista, e ai suoi contemporanei quelle raffigurazioni vibranti, palpabili, dovevano fare lo stesso effetto della zampata in 3D dello Stregatto. Cos’è il rock, se non un pezzo di verità in più rispetto alla musica che abbiamo ascoltato prima? Di cicoria in cicoria e senza companatico, finisce in ospedale. E si dipinge così, convalescente, il volto itterico e scavato perfetto per la cover di un singolo di Lou Reed.

 

Anche per lui c’è un Andy Wharol alla porta. È il cardinal Del Monte, la cui corte è una Factory in piena regola: madrigalisti, scienziati, poeti. S’innamora di quei primi dipinti fatti per cercare di lasciarsi alle spalle la bohéme con la pancia vuota, e che possiamo considerare come i suoi “demo”. Roba non prodotta, spartana, destinata a far impazzire i più raffinati collezionisti. Roma è allora un cantiere a cielo aperto, in cui i migliori artisti lavorano alla costruzione dell’immagine della Chiesa. Un’arte di Stato, funzionale all’organizzazione del consenso. Ma a coltivare in privato un gusto aperto alla sperimentazione è proprio l’establishment: alti prelati, ambasciatori, finanzieri che con il loro denaro coprono i costi altissimi di una formidabile fabbrica dell’effimero, per il Giubileo del 1600. Mainstream e alternative nelle medesime mani, come sempre. E cos’è all’epoca lo show business? La musica è una cosa per quattro gatti, legata all’“occasione”, ossia alla commissione per l’esecuzione dal vivo da parte di un mecenate. Il teatro è ancora fermo alle sacre rappresentazioni. Il cinema non esiste, anzi c’è già, nei teleri e negli affreschi che si affastellano in chiese e palazzi. I maggiori artisti lavorano in grandi équipe, legate a una sola griffe, dietro alla quale stanno molte mani, specializzate nella “pittura di storia”, che predilige i soggetti di gruppo, fortemente dinamici: battaglie, stragi, torture. A Roma domina l’estetica del martirio, didascalica e sanguinante, della Controriforma, spesso capace di toccare vette imprevedibili di splatter. La Chiesa opera un monitoraggio minuzioso di ogni immagine pittorica: è la risposta all’iconoclastia luterana. Fantasia, ambiguità e sensualità sono messe al bando.

 

Che ci fa in questo contesto Caravaggio, coi suoi efebi estatici che strimpellano il liuto come dovessero intonare Candy Says, coi suoi Bacco simili a Anthony, pingui e catatonici, coi femminielli scarmigliati che si fan mozzicare la mano da un ramarro nascosto tra le rose, i giovin signori un po’ truzzi cui la zingara sfila soldi e anello? Il suo destino sembra quello di rimanere un pittore sotterraneo, schiacciato dalla sua stessa formula prosaica e antiepica, aderente al racconto della vita dei crocicchi e degli slum della suburra. Tolto dai vicoli e accomodato nei palazzi del cardinal Del Monte, si sente probabilmente come Iggy Pop alla corte di Ziggy Stardust. Tutto è troppo lezioso, glamour, senza sostanza. Ai pettinini e ai plettri continua a preferire gli umori dei pantani. Spende le giornate tra il campo della pallacorda, le scommesse, le cortigiane e i modelli. “Gimme danger”: tra un piatto di carciofi tirato in faccia a un cameriere, una passeggiata notturna armato di compassi che sembrano armi bianche, finisce sempre più spesso nei verbali di polizia. È fumino, e al secondo minuto di discussione mette mano alla spada.

 

Ma la grande occasione capita anche per lui. Gli danno da completare in pochi mesi la decorazione di una cappella per la chiesa della nazione francese, un’opera che aspetta da 30 anni. La scena, al solito, è un ammazzamento: quello di San Matteo, freddato dai sicari del re etiope mentre celebra messa. Sono i mesi del rogo di Giordano Bruno e della condanna a morte di Beatrice Cenci, protagonista di un caso di cronaca nera che diventa un fatto “mediatico” senza precedenti, mandata a morte dal papa per incamerare i beni di famiglia. Caravaggio capisce che deve provare a raccontare qualcosa di quel clima truce. Immaginate gli Stones all’epoca del Vietnam. Non si può passare tutta la vita a trastullarsi con Ruby Tuesday. Anche Caravaggio vuole fare la sua Gimme Shelter, il suo Guernica. Ma non sa come. Non ha mai messo insieme più di quattro figure, e dipinte coi modelli davanti. Ora ne deve far convivere una quindicina. Dopo vari tentativi a vuoto, copia l’impostazione della scena da un pittore molto meno bravo di lui, Girolamo Muziano. E la immerge nelle tenebre, con uno squarcio di luce che in diagonale dall’alto rischiara tutto per un istante. Non sapendo rendere il dinamismo dei corpi, supera a sinistra il problema, inventando di fatto la fotografia. Per la pittura è una rivoluzione simile all’impatto del punk. Salta anche la possibilità di controllare dall’alto il processo creativo, attraverso la visione dei disegni preparatori. Il committente si trova di fronte il prodotto finito. Al limite, può ricusarlo. Ma non può intervenire in corso d’opera sul lavoro del pittore. Così i suoi dipinti successivi vengono spessissimo rifiutati: troppo lontani dalla rigidità formale a cui era abituato l’occhio dell’epoca. Rockstar, ma rigorosamente indie.

 

È anche il primo a provare a dire qualcosa di sé attraverso i quadri. C’è un soggetto che gli piace più di tutti, ed è quello di Giovanni Battista nel deserto, che riduce all’essenziale: una figura di giovane, vestita di un drappo rosso, in cui sembra voler misurare, nel corpo di un altro, la compenetrazione di libertà e solitudine. Non deve aver avuto molto tempo per pensare a sé. Il tempo della giovinezza senza progetti, che il rock oggi prova a prolungare all’infinito nella sua estensione di lifestyle, in realtà costituiva l’unica dimensione esistenziale in cui erano abituati a vivere gli uomini di allora.

 

L’ “incidente” dell’uccisione di Ranuccio Tommasoni in duello lo costringe a lasciare Roma per sempre e a vivere la condizione del condannato a morte in contumacia. La scoperta “forzata” della luce zenitale, abbacinante del Sud, nella fuga tra Napoli, Malta e la Sicilia, si traduce nell’idea di realizzare dipinti in grandi spazi chiusi, dove ambienta scene dominate da un senso del tragico, realizzate con una pennellata sempre più veloce ed economica, ma improntata a una vertiginosa sintesi formale. Il modellato dei visi è ora ottenuto con pochissimi tocchi, quasi fosse Bacon, come nell’Uccisione di Sant’Orsola, ultima realizzazione di questo repertorio postremo di “murder ballads”.

 

Anche la sua morte è un giallo, come ogni rockstar degna di questo nome: irrintracciabili le spoglie, incomprensibile perché, volendo tentare il ritorno a Roma da Napoli, per ottenere la grazia papale, sia finito a Porto Ercole. Tant’è che qualcuno ha ipotizzato un omicidio di Stato. L’ossessione dei biografi per le scarne informazioni sul suo “ultimo tempo” fa il paio con il continuo riemergere di opere che gli vengono attribuite, e che invece sono al più copie non autografe, tant’è che il corpus dei suoi quadri, stimato in non più di 70 opere certe, viene dai più “spregiudicati” fatto lievitare sino a 110 dipinti autografi. Il business degli expertise che lo riguarda assomiglia sempre più a quello dei nastri perduti di Hendrix o Cobain. Resta però, nei suoi capolavori, qualcosa che resiste a ogni tentativo di mistificazione critica: è quell’idea, sconosciuta prima e irripetibile dopo, di pittura senza filtro, aderente alle cose ma senza metafisica, agli uomini ma senza pathos, in cui artistry e misura morale coincidono. Una buona definizione di rock music…


Link esterno: L’articolo su RollingStone Magazine

 

 

7
maggio
2010

Il nord-est produttivo

Giorgione da Castelfranco, Jacopo da Bassano, Cima da Conegliano; tre pittori conterranei e tre mostre a loro dedicate. Un percorso per ricordare quale straordinario centro di stili e correnti artistiche è stato il Veneto tra XIII e XIV secolo.

 

“Roma è più grande di New York, perché contiene tutta l’America e se stessa”.

Invecchiando, i tempi della provincia mi esasperano. Vicenza, sotto la pioggia di un treno perso e di un altro che non vuole arrivare, mi sembra fatta di gente che aspetta. Ognuno ha il suo modo d’ingannare il tempo, evitando accuratamente di guardare e parlare. La civiltà della conversazione, quella che si estende dagli Asolani a Signore e Signori, è dissolta. Egualmente irrintracciabile e inservibile è lo sguardo dei viaggiatori locali, Piovene, Comisso, Neri Pozza.
“Roma è più grande di New York”.
È strano puntellarsi a una frase di Mario Schifano per cercare di capire Jacopo da Bassano, e vedere poi se si riesce a infilare sullo spiedino dello stesso paradigma anche Cima da Conegliano e persino Giorgione.


Oggi le mostre si fanno per supportare l’idea di un’identità pronta a diventare un marchio.
Conegliano celebra Cima Poeta del paesaggio, e il link tra arte e territorio è già nei presupposti. Bassano del Grappa vincola addirittura la mostra Jacopo da Bassano e lo stupendo inganno dell’occhio alla creazione del brand Jacopo Bassano 500, ideato per diventare l’icona delle manifestazioni del quinto centenario della nascita del pittore. Ancora un cinquecentenario ha riportato Giorgione nel perimetro angusto delle mura di Castelfranco, con una rassegna ospitata addirittura nel Museo Casa, che si crede appartenesse alla sua famiglia.


Ma non c’è nulla di più irriducibile all’idea di territorio della pittura veneta. Dal quarto decennio del Cinquecento, Venezia è “più grande” di Roma, perché, dopo l’arrivo in Laguna di Cecchino Salviati, ne assimila i linguaggi manieristi, li rielabora e restituisce, trasfigurati dalla lezione locale del colore e da una concezione di spazio che, con Tintoretto, ha definitivamente surclassato l’idea della centralità dell’uomo nella storia.
Castelfranco però è più grande di Venezia, perché Giorgione contiene in sé non solo la pittura lagunare, ma tutta la tradizione padana, sino alla Milano di Leonardo, Bramante e Bramantino. A Bassano, Jacopo rilegge in maniera naturalistica Parmigianino, filtrato dal dalmata Andrea Schiavone, e recepisce El Greco prima di tutti.
Persino Cima, che sembrerebbe rispondere al prototipo dell’artista di provincia che va a scuola in città e poi torna al paese per ripetere quel che ha imparato in maniera sempre più sterile e estenuata, incrocia il proprio pennello con quello di Dürer, ed è probabilmente più open minded dei colleghi veneziani nell’accogliere le novità del maestro tedesco.



Giorgione attizza le fervide menti degli avventurieri da best seller e dei sacerdoti dell’iconologia, ma per gli storici dell’arte è un po’ come la Salerno-Reggio Calabria. Si sa come comincia, ma dove devia, dove s’interrompa e come finisca resta un mistero. Da una mostra-budello, che si rincorre su e giù per scale scricchiolanti, si esce anzitutto con l’idea che la paternità del tanto studiato fregio è appunto solo un’idea. Sotto il profilo del pensiero pittorico, distanze siderali sembrano poi dispiegarsi tra Le tre età dell’uomo di Palazzo Pitti e il Doppio ritratto di Palazzo Venezia.

Quanti pittori è Giorgione? C’è Dosso Dossi, e il giorgionismo ferrarese, dietro il Suonatore di flauto e il Cantore appassionato della Galleria Borghese? Il Sansone deriso, che Longhi riteneva autografo nelle scritture private al collezionista milanese Gianni Mattioli, non ha forse gli stessi presupposti? E l’attribuzione del Ritratto di arciere di Edimburgo non è un po’ spericolata? (a sinistra, Ritratto d’arciere di Giorgione, 1510).


Alessandro Ballarin, il Thomas Pynchon della storia dell’arte, il leggendario autore delle 1500 pagine su Dosso, scrive in merito all’Arciere che il dipinto può essere accostato a una “ritrattistica cortigiana, neoplatonica, stilnovista, fortemente idealizzata ed emblematica, che più nulla ha a che vedere con il ritratto realistico di Antonello, Bellini, Vivarini, Carpaccio”. Uno spunto che tutto sommato non si discosta dalla vecchia intuizione di André Chastel, sostenuta da cronologie un po’ traballanti, secondo cui Giorgione, alla stregua di Pietro Bembo, sarebbe un prodotto della cultura dell’ambiente cortese della regina di Cipro Caterina Cornaro.
Io ho solo due monete e due occhi, e non so dire se Giorgione finisca più in Tiziano, Sebastiano del Piombo o Dosso. Credo però che a farlo svoltare non sia stata tanto la consonanza di sentire con le corti dell’entroterra, quanto l’incontro, forse a più riprese, in Laguna con Leonardo, che capisce e interpreta con più spregiudicatezza intellettuale dello stesso Correggio.

Quanto ad Alessandro Ballarin, lo incontro finalmente, per la prima volta in vita mia proprio alla vernice della mostra di Jacopo da Bassano. E non resisto alla tentazione di comunicargli con entusiasmo quanto del Parmigianino mi è parso di vedere dietro al Riposo durante la fuga in Egitto dell’Ambrosiana. Lui prima aggrotta le sopracciglia. Un segnale intensamente polisemico nel lessico della faccia parlante, e che mi lascia nel dubbio: si sta concentrando? Sta cercando di ricordare? Non capisce? Si domanda chi io sia e cosa voglia? “Sa, stranamente è la seconda persona che oggi mi parla del Parmigianino… Tuttavia, se mi scusa – e mi indica qualcosa alle nostre spalle – volevo vedere se riesco a prendere un po’ di quel risotto ai broccoli”, lasciandomi definitivamente con il dilemma residuale di aver detto una banalità o una pirlata.


La rassegna di Bassano, pur concentrandosi su di un numero raccolto di opere, è fatta di pezzi di una qualità strepitosa, che testimoniano al meglio la spinta febbrile al continuo rinnovamento della propria pittura di Jacopo da Ponte. Che si emancipa in fretta dagli idilli stucchevoli di Bonifacio de’ Pitati, attingendo ai bresciani e al Lotto, ma che è poi capace di virare rapidamente verso la Maniera, e di ricondurla a una peculiare e antistorica sensibilità per la raffigurazione del vero, attestata anche da opere che precorrono la pittura di genere come i Due cani legati al tronco di un albero del Louvre.
In un momento di forte tangenza con Tiziano, Bassano arriva a realizzazioni di straordinaria intensità emotiva, come l’Ecce Homo, ricondotto ancora da Ballarin alla paternità del pittore, con datazione 1553 (che a me sembra comunque troppo precoce per questo livello di sintesi formale). Certo è un artista che passa indenne anche dal confronto con Veronese, ed è capace, come nel poderoso San Cristoforo dell’Avana, di svelare il colore con tocchi che riducono i volti e le carni quasi alla tumefazione.
Con chiara preveggenza della minore abilità dei figli, inventa infine un genere di raffigurazione pastorale che compendia aneddotica e naturalismo corsivo, fornendo loro una specie di polizza della vita, nelle forme di un protocollo esecutivo in grado di garantire il successo nel lungo periodo della bottega. (San Cristoforo di Jacopo da Bassano, 1559)

Un tratto d’umanità che ce lo rende ancora più simpatico e tutto sommato consanguineo del Cima, indubbiamente il meno ambizioso e geniale nel trio di pittori celebrati. Luce zenitale, repertori archeologici, sensibilità narrativa applicata più al paesaggio che alle figure: il segreto del successo dell’artista di Conegliano è nell’aver intuito che si poteva sorpassare a destra la lezione del vero di Giovanni Bellini, innestando le tecnica inimitabile di Antonello da Messina sulla ruvida classicità scultorea di Bartolomeo Montagna.
A Venezia, questa formula avrebbe presto stancato. Nella marca trevigiana, con sapienti aggiornamenti su Giorgione e sul tonalismo, ha retto all’infinito. E che Cima avesse ragione lo dimostra il fatto che piace ancor oggi, a fronte di una pittura raffrenata, che sazia troppo presto l’occhio, nel segno di un’invariabile armonia. E si resta lì, come l’angelo messo in copertina al catalogo della mostra, ad aspettare che succeda qualcosa, forse anche solo un treno che ci riporti a casa.

Link esterno: L’articolo su Giudizio Universale

 

 

21
aprile
2010

Taccuino Italiano

Andrea Dusio, intervistato da Napoleone Scrugli nella puntata di Taccuino Italiano in onda su Radio RAI International lunedi 19 aprile, parla del suo libro Caravaggio White Album.


Per ascoltare il Podcast è necessario Real Player.

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  Andrea Dusio a "Taccuino Italiano" (14,1 MiB, 69 hits)

 

 

26
marzo
2010

Caravaggio genio hi-tech altro che «bacchettone»


Andrea Dusio per Il Giornale sulla mostra alle Scuderie del Quirinale.
Scarica l’articolo in formato PDF.

  Caravaggio genio hi-tech altro che «bacchettone» (1,3 MiB, 10 hits)

 

 

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