17
ottobre
2007

L’insolito posto

Andrea Dusio parla di Ferrara su Giudizio Universale

Sì, c’è il Castello, il Duomo, il Palazzo dei Diamanti e tutte le altre meraviglie della città rinascimentale. Ma quello che vi proponiamo qui è un itinerario per la Ferrara inconsueta, tra dimore nascoste e gatti azzurri.

 

Serve una straordinaria determinazione, una sorta di cecità selettiva, per voltare le spalle a tutta la Ferrara monumentale. Perché in nessun altro luogo il mestiere prosaico del turista, che vede ciò che è comandato senza che gli si comandi di capire quel che ha visto, s’ammanta comunque di fiaba, e non sai come scrollarti di dosso tutta quella bellezza ingombrante e insinuante, che, come una malia della maga Melissa, porta a ritornare sui propri passi anche chi ha già deviato dalle vie più frequentate dai visitatori di un giorno.

 

Così, non basta scartare il Castello Estense, Palazzo Diamanti, con la straordinaria pinacoteca e il monumentale Polittico Costabili, e l’Addizione Erculea (ossia l’intervento urbanistico con cui, sotto Ercole I, l’estensione della città venne letteralmente raddoppiata), il Duomo, con il Giudizio Universale del Bastianino, che finge di ripetere le figure di Michelangelo, e poi le svuota di peso, lasciandole appese all’abside con la consistenza lattescente della nebbia. Va evitato anche il bellissimo Museo della Cattedrale, che conserva le più commoventi e simpatetiche sculture del nostro Medioevo, quel Ciclo dei Mesi senza vedere il quale non si può dir di sapere con quanto gusto, sagacia e divertimento gli uomini del XII secolo sapessero descrivere le loro occupazioni quotidiane, in maniera che oggi sarebbe impossibile anche al più sottile dei fotografi. Tacendo poi i meravigliosi incunaboli miniati dalla scuola di Taddeo Crivelli, l’arazzeria fiamminga sui cartoni di Camillo Filippi, e soprattutto le ante d’organo di Cosmè Tura, con il san Giorgio che uccide il drago (tema che costituisce una vera e propria ossessione locale), un’opera su cui si potrebbero tenere due o tre annate di lezioni di storia dell’arte e altrettante di psicologia della paura.
Senza dimenticare di stare lontani da Palazzo Schifanoia, con quegli affreschi che costrinsero Roberto Longhi, per decifrarli, a scrivere il più bel saggio moderno sulla pittura antica, quell’Officina Ferrarese che solo gli studenti italiani impunemente ignorano. Né degnando di uno sguardo tutte le palazzine e le delizie estensi, le chiese e i conventi, la casa d’Ariosto e il Museo Boldini – dove troverete la più bella ambientazione possibile per una quadreria dedicata alle raffigurazioni leziose, estenuate e mondane del grande artista ferrarese, autentico anticipatore della grandeur della sartoria nostrana.

 

Siete riusciti a svincolarvi da tutte queste visioni? Bene, possiamo iniziare a guardare Ferrara. A vederla così, dal punto in cui si dipartono Corso Ercole D’Este (non servirò certo io a dire che è la via più bella d’Italia, immersa come sembra in quella perenne atmosfera di vigoroso Rinascimento) e Corso Giovecca, che accende il ricordo della loggia degli aranci di Marfisa d’Este, sembra strano che sia tra le città italiane una delle più moderne: la penultima per fondazione, se si escludono quelle create dopo le bonifiche fasciste. Il nucleo medioevale era davvero minuscolo, e si snodava attorno ai palazzi di rappresentanza, ma aveva il suo cuore più pulsante dietro la chiesa di San Paolo, in quella via delle Volte i cui passaggi coperti ricordano quelle atmosfere schiettamente emiliane che ritroviamo anche nei palazzotti della Via Carlo Mayr. Qui dietro si nascondono le rue d’impareggiabile silenzio che amava Filippo De Pisis, come via del Cammello, allorché preferiva ancora la letteratura alla pittura, dedicando a Ferrara un taccuino di prose bellissime, popolato di donne che colgono quadrifogli nelle piazze quadrate ed erbose di quella che chiamava la “città pentagona dalle cento meraviglie“.

 

Ma la zona più magica, in cui ci si dimentica per un attimo dei cieli sconfinati di questa città tutta piana a perdita d’occhio, è quella delle prime Addizioni, di Niccolò II e Borso, che prima sfondano dolcemente le vecchie mura e le spostano un poco più a Nord, e poi prolungano gli assi d’espansione della città in parallelo al Po di Volano. Qui, poco oltre le strade dai lumi anch’essi azzurri del ghetto, e i canti elegantissimi delle vie Vignatelata e Vittoria, una domenica mattina mi sono attardato a spiare i cortili di Casa Romei e del Palazzo di Renata di Francia. Era ormai mezzogiorno, e mi aspettavano a pranzo in una di quelle antiche dimore nascoste dietro ai portoni della via Montebello, in fondo alla quale mi dicono esserci uno dei luoghi più remoti e misteriosi di tutta Ferrara: i grandi prati e gli alberi rigogliosissimi del cimitero ebraico. Io però stavo sul sagrato di Santa Maria di Vado, dov’ero andato a cercare le tele del più misconosciuto dei maestri ferraresi: quel Carlo Bononi che aspetta di avere una mostra degna della sua grandezza. Nessuno qui, nessuno lungo le muraglie nobili della Via Scandiana, né nei chiostri popolati da quei gatti azzurri che impressionarono il presidente De Brosses, e nemmeno all’altezza dello scomparso convento dei Gesuiti, ricordato da Montagne. Solo un rumore come d’acqua, sgorgante non si sa da dove, simile a una risata. E in quell’ora in cui, chissà perché, si rimasticano sempre, nel vuoto, le proprie ambizioni tradite e quelle per cui ancora si spera, quelle risata sibillina mi è parsa sciogliersi in una limpida voce di ragazza. “Ti curi ancora del tuo futuro? Io me ne infischiavo. Preferivo di gran lunga le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato“. Quella voce, i capelli sempre immaginati, il sorriso enigmatico e svagato, e le parole ingannevoli e disperate di quella bocca che tutti abbiamo sognato di baciare: la bocca di Micol Finzi-Contini.

Link esterno: l’articolo su Giudizio Universale

 

 

 

 

Lascia un Commento

Share |

 

Subscribe

 


Acquista Online


acquista online

 

acquista online

 

acquista online

 


 

 

 

 

 

edizioni COOPER

art-bit