13
marzo
2010

ARTISTAR

Un articolo di Dario Pappalardo su Repubblica in cui si parla di Andrea Dusio e Caravaggio White Album

 

Caravaggio contro Michelangelo. Chi è l’ artista più popolare del pianeta? È solo un gioco il confronto tra il pittore maledetto e il genio fiorentino eppure funziona. Con il primo che, adesso, batte il secondo.

A mettere i due sopra un ring virtuale è uno studio (non ancora pubblicato) di un accademico canadese, rimbalzato in questi giorni sulle pagine dei giornali americani. Secondo Philip Sohm dell’ Università di Toronto, che ha corredato la sua ricerca con tanto di grafici, Caravaggio è diventato, negli ultimi anni, un mito mediatico globale, un vero e proprio marchio multiuso, dalle mostre alle performance, dai romanzi agli spot. Ma è anche l’ oggetto preferito dagli studiosi. Fino a scalzare, nell’ immaginario collettivo, l’icona Buonarroti, la cui fama brillerebbe meno che in passato. Il corrispondente a Roma del New York Times ha messo a confronto la folla che non smette di “assediare” i dipinti di Caravaggio nella chiesa di San Luigi dei Francesi con lo scarso interesse suscitato dalla scultura di Michelangelo, nella vicina chiesa di Santa Maria sopra Minerva.
Spiega Sohm: «Quello che sostanzia “l’ industria di Caravaggio” è che l’ evidenza storica, o la mancanza di questa, permette numerose letture della sua vitae della sua opera. Non abbiamo sue lettere, disegni, testamenti. I pochi documenti relativi ai processi in cui fu implicato ci restituiscono una personalità trasgressiva. E la maggior parte di noi ama pensarsi nei panni del ribelle».

Sarà per questo che la sua Natura morta è finita sulla copertina di una rivista medica dedicata alle malattie infettive? O che la National Gallery ha esposto la riproduzione della Salomè con la testa del Battista accanto a un sexy shop di Londra? Il primo a riconoscere in Caravaggio il carattere della rockstar è Claudio Strinati, curatore della mostra che in questo momento raduna migliaia di visitatori al giorno alle Scuderie del Quirinale: «La Roma di Caravaggio è per molti versi simile alla New York degli anni Sessanta», dice. «È un luogo di sperimentazione artistica. Caravaggio vive in una dimensione che può essere paragonata a quella della Factory di Andy Warhol. Mette nei quadri i colleghi, le donne, anche i nemici. Nella testa di Golia in cui si autoritrae, mi sembra di vedere lo sguardo feroce e dolce insieme di un giovane Lou Reed.E il Suonatore di liuto proveniente dall’ Ermitage potrebbe tranquillamente intonare una melodia come Sunday morning dei Velvet Underground». E il povero Michelangelo? «È un po’ regredito nella fama», spiega Strinati. «La stessa Cappella Sistina, sempre visitatissima, è per certi versi più celebre del suo autore. Ma è il Rinascimento in genere, se si eccettua il senza tempo Leonardo – non a caso adottato da Dan Brown – che non corrisponde più al gusto del grande pubblico».

Dice lo storico dell’ arte Antonio Pinelli: «I blockbuster di oggi sono Leonardo, Michelangelo, Caravaggioe gli Impressionisti. Il mondo modernoè più sensibile alla disarmonia, al manierismo, al barocco. Non è un caso che Raffaello non abbia lo stesso richiamo: il suo modello di bellezza “normale” non conosce punte disarmoniche, rappresenta la nostra cultura figurativa più tradizionale fino ai santini. Ci sono altri artisti inquieti che, se spinti da grandi mostre, potrebbero ricevere un’ attenzione più ampia. Penso a Pontormo, ma anche a Füssli e ai nordici tra Settecento e Ottocento». Ma i due Michelangelo, Buonarroti e Merisi, piacciono per ragioni simili in realtà. È l’ opinione di Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani: «Parlare di sorpasso non ha senso», precisa. «I grandi sono più o meno amati a seconda del mutare delle sensibilità. Michelangelo, come Caravaggio, è un trasgressivo, in continuo duello con la società in cui vive. I nostri tempi, purtroppo, non amano il più grande di tutti: Raffaello. Lui rappresenta l’ età dell’ oro del mondo».

Prima che si spendesse il paragone con il mondo del rock, lo scrittore Andrea Dusio ha dedicato a Caravaggio una curiosa monografia uscita da poco dall’ editore Cooper. Il titolo, in nero su copertina tutta bianca, più che alla pittura, rimanda ai Beatles: Caravaggio White Album (pagg. 140, euro 25). «Volevo fare piazza pulita del mito romantico che ha finito per mangiarsi l’ artista», spiega Dusio. «Caravaggio è come Kurt Cobain per il rock, come John Coltrane per il jazz. Ha spostato in avanti i confini dell’ arte, dando per primo un significato autobiografico alla pittura».

A conferma della Caravaggiomania, l’ équipe coordinata dal professor Giorgio Gruppioni dell’ università di Bologna continua la sua ricerca per trovare i resti di Caravaggio, iniziativa che ha già suscitato l’ interesse del Wall Street Journal e del canale Arte. Nei giorni scorsi, sono stati rilevati i campioni di Dna da sei possibili discendenti del pittore che saranno confrontati con le ossa riesumate nel cimitero di Porto Ercole: «Uno dei nove corpi che potrebbero appartenere al pittore è risultato ricco di piombo. E una delle ipotesi della morte di Caravaggio è proprio il saturnismo», fanno sapere, speranzosi, i ricercatori. Michelangelo l’ altro, il Buonarroti, riposa a Firenze, nella chiesa di Santa Croce. Dorme il sonno dei giusti, incurante delle classifiche di popolarità.

Link esterno: Artistar: se la moda di Caravaggio supera Michelangelo

  ARTISTAR: se la moda di Caravaggio supera Michelangelo (276,6 KiB, 181 hits)

 

 

23
febbraio
2010

Caravaggio White Album

Una recensione di Valeria Arnaldi su Leggo

 

È un approccio volutamente familiare, tra fiction e arte, quello scelto da Andrea Dusio per il suo primo libro d’arte “Caravaggio. White Album”, edito da Cooper.
Obiettivo: liberare l’artista da maschera e gabbia del mito che, nei secoli, gli è stato costruito intorno per ritrovare l’uomo che da quel mito è stato in parte schiacciato.
“La sua pittura aspetta ancora di esser riconsegnata a un nastro in bassa fedeltà, che ne comprima e comprenda il contenuto di verità bruciante, lasciando fuori tutto il resto”.
Nella ricostruzione del carattere dell’autore, quello reale o comunque realistico, lontano dallo stereotipo di pittore maledetto, l’autore prende le mosse dalla fiction televisiva recentemente dedicata al maestro, nel chiaro tentativo di avvicinare Caravaggio alla modernità, oltre a fare chiarezza su alcune ricostruzione parziali e strumentalizzate che ci sono state offerte da storia e storie.
È da una perplessità sulla ricostruzione televisiva che Dusio prende le mosse per andare alla scoperta di un Caravaggio più umano, se così si può dire, e fedele a se stesso.
E per farlo, in un omaggio sincero che non manca però di strizzare l’occhio all’interesse del mercato nel IV centenario della morte dell’artista, sceglie il contrasto di quel “White” così lontano dalle tonalità e dalla filosofia di Caravaggio, che promette uno sguardo imparziale e comunque attento.
L’attenzione si manifesta proprio nella ricerca di tutte le più o meno grandi inesattezze sulla vita dell’artista divenute ormai diffuse verità per il grande pubblico e laddove non ci sono stereotipi da sfatare, il saggio dal taglio romanzesco si affida ad una puntuale ricerca di fonti e critiche.
Il Caravaggio-mito lascia così il posto al Caravaggio-uomo, in una costante contaminazione tra antico e moderno, accompagnata dall’ideale colonna sonora dei brani che Dusio sceglie per esemplificare passi ed emozioni del suo racconto storico-artistico.


Link esterno: Caravaggio White Album

 

 

17
febbraio
2010

Caravaggio White Album, un attacco alla critica ufficiale

Un articolo di Marco Vallora su Caravaggio White Album, pubblicato oggi su La Stampa

Pare che in questi giorni un grande storico dell’arte (che ovviamente non vuol comparire) abbia manifestato così la sua comprensibile saturazione caravaggesca: «ma basta, che lo lascino stare in pace, povero Cara!». Ed in effetti, in questi anni, c’è stato un via vai e tripudio talmente esagerato di capolavori e pseudo-copie, di mostre mostrine mostrone, col povero, impotente Caravaggio come nome-civetta, e poi capolavori reperiti all’ultimo istante (presunta prestidigizazione pubblicitaria-accalappia-gonzi) spericolate-sconvolgenti ipotesi attributive, siluri subacquei tra improvvisati esperti ed attitolati vedovi-perenni del Merisi, convegni, saggi, cataloghi, volumoni coffee books, film, sceneggiati, docu-romanzi, contrapposte raccolte di documenti ecc. Unico ritrovamento davvero degno e rilevante, la prova recente, trovata da un appassionato non addetto ai lavori Vincenzo Pirami, nella milanese Parrocchia di Santo Stefano in Brolo, ch’egli non è nato a Caravaggio, come vuole il suo patronimico di famiglia, ma a Milano, e con data anticipata al settembre del 1571. Come del resto intuito da tempo da Maurizio Calvesi, tra molte resistenze, perchè ovviamente la sua cronologia subisce ritocchi.

 

Quindi, in sintonia con l’illustre storico, forse dopo tanti trasbordi superflui e mostre inutili e pretenziose (ompresa quella assai ardita ma sostanzialmente discutibile del match sportivo tra Caravaggio e Bacon) il dono più sensato, di questo quarto anniversario della morte del Merisi, sarebbe stato paradossalmente quello di non mostrare più nulla, trionfalisticamente e patriotticamente e, di contrappunto, di riflettere, in silenzio, al suo solo significato storico e alla sua inaccostabile, intangibile solitudine, disturbata ma non scalfita da questa corsa agonistica all’aggiornamento a tutti i costi.

 

Allora, che fare di Caravaggio? Il dramma, è come sempre quello del serpente che si morde la coda. Per dimostrare questa sazietà, non si può evitare di aggiungere un’ennesima pietruzza alle mitologie del rito monografico o al rituale delle polemiche. Ci prova per esempio un giovane outsider come Andrea Dusio, che per accompagnare questo suo «libro bianco» di denunzia (che more cinematografica, ricorre all’esterofilia del titolo Caravaggio. White Album. Cooper editore) ci fa solo sapere, in copertina, che questo è il suo primo libro d’arte: il che fa immaginare che probabilmente ne ha scritti altri, di altra dottrina. Di musica? C’è da crederlo, visto i riferimenti costanti a Kurt Cobain e Lou Reed, ai Rolling Stones ma anche al suonatore di viola da gamba Jorgi Savall, da cui tutto sembra avere origine, una sera, Chiesa di Santo Stefano. In realtà no: la colpa di tutto è l’attrice da sceneggiati-tv Elena Sofia Ricci, che il nostro autore una sera vede in uno sceneggiato su Caravaggio e tenta di capire, Wikipedia facile, se il ruolo di finzione di Costanza Sforza Colonna è stato davvero così rilevante per il Caravaggio, oppure se è una concessione puramente glamour-tv: e per una diva ci vuole. E con concessioni un po’ indulgenti, lui dice alla Nanni Moretti, noi si pensa alla Agosti del Mantegna, si autoritrae ragazzino mentre bigia la scuola, «con improbabili pantaloni di tela rossi e una t-shirt a righe orizzontali, come una casacca di rugby» per visitare l’Ambrosiana. Ma non per scoprire la celebre Fiscella collezionata dal Borremeo (poi scoperta sulla banconota da centomila) ma omaggiare Leonardo e Raffaello. Di qui, dall’alto di questa «sordità», tanti improperi e saette contro i titolari della critica ufficiale, che effettivamente in questi anni hanno spacciato copie di copie ed improbabili Caravaggio, pur di rientrare nella ronde delle mostre.

 

Colpirà l’establishement questa biografia incappucciata da pamphlet? E i titoli provocatori (Una Maddalena pop, Cordial Campari alla salute di San Carlo, In Taverna con Vittorio Gassman) basteranno a svecchiare il titillato Caravaggio, così come il ricorso ai Nirvana? O Caravaggio va gustato liscio e puro? L’attesa mostra centenaria alle Scuderie, affidata ad alcuni rami soltanto della critica ufficiale, si propone appunto di fare piazza pulita di quanto risulta spurio o azzardato, tornando ai soli capolavori certi ed assoluti (ogni studioso, invece di dilagare criticamente, si sceglie un capolavoro e canta il suo epicedio). Certo: l’ideale sarebbe dimenticare tutto e ripartire da zero. Ma è ancora possibile, in questo mondo di brusii televisivi e di rumors ermeneutici?

  Caravaggio, genio si ma a rischio di overdose (573,1 KiB, 137 hits)

 

 

13
febbraio
2010

Il libro. Caravaggio, una controstoria

Una recensione di Simona Maggiorelli da Left-Avvenimenti del 12 febbraio 2010

 

A quattrocento anni dalla morte, il mito si è mangiato l’artista, la sua pittura – scrive Andrea Dusio in Caravaggio White album (Cooper) – aspetta ancora di essere riconsegnata a un nastro in bassa fedeltà che ne comprima e comprenda il contenuto di verità bruciante, lasciando fuori tutto il resto». Così, con piglio da romanziere ma assai documentato, Dusio si mette sulle strade di Michelangelo Merisi per ristabilire più di qualche importante verità storica, a cominciare dalla nascita (avvenuta a Milano e non a Caravaggio nel bergamasco) e dai primi anni della sua formazione, che non avvenne genericamente nell’area lombarda (come si è sempre detto) ma nel capoluogo. Con tutto quel che ne consegue dal punto di vista di frequentazioni artistiche meno provinciali. Ma va a merito dell’autore anche il fatto che quando non ha chiavi di lettura nuove da offrire al lettore (come ad esempio sulla morte di Caravaggio)
non esita a dichiararlo, limitandosi poi a una corretta e sempre utile collazione delle fonti storiche.


Link esterno: L’essenziale di Caravaggio

 

 

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