Dal branco allo stilita, i cani di Velasco
Andrea Dusio scrive di Velasco Vitali su MilanoCultura
Un tentativo di ricostruire il percorso che va da Extramoenia al lavoro presentato all’ex fabbrica Ginori

Non li abbiamo seguiti dall’inizio. Non sappiamo esattamente dove sono apparsi la prima volta, se sono arrivati tutti assieme, non siamo di quelli che parlano come li vedessero in giro da sempre. I cani di Velasco dobbiamo ancora imparare ad avvicinarli. E magari non ci riusciremo mai. Ogni volta ci sembrano più diffidenti, appartati, impauriti. Un giorno forse si aggiravano in branco, ora se ne stanno da soli, e anche arrivare a guardarli negli occhi è diventato impossibile.
Ho visto delle foto. Sono di un progetto di qualche anno fa, extra moenia. Un gruppo di sagome di cemento come scarnificato, con l’anima di metallo a fior di pelle, che si staglia su uno squarcio di paesaggio siciliano. Allora non mi sarei sognato di cercare qualcosa di vero, che sapesse di strada, degli odori violenti che prendono lo stomaco, di come sono impastate assieme libertà e disperazione, una a sbrindellare il cuore dell’altra, dentro all’arte contemporanea.
Pensavo al mondo pleonastico, falso, griffato dal nulla, di Flash Art. E così mi sono perso il momento in cui i cani di Velasco sono arrivati in città. Ogni tanto leggevo allora quella poesia di Kavafis che parla dei barbari. Barbari qui e tutt’intorno, a Milano come nel Sud. Arrivati però senza cavalli, senza armi, come sbucati fuori dai baccelloni di quel vecchio film di Don Siegel. Ci fossero stati i cani, quella sera, avrebbero ringhiato, qualcosa si sarebbe sentito. I barbari erano già qui e il poeta, istupidito, si rammaricava che non fossero giunti, dopotutto forse sarebbero serviti a qualcosa.
I randagi di Velasco li ho incontrati per caso. Un’intervista, di quelle in cui passi la maggior parte del tempo a cercar di convincere il tuo interlocutore che non sei un cretino, è la vita che ti costringe a cose così. La curiosità crescente per vedere poi, alla prova dei fatti, cosa realizza, cosa crea, quest’uomo che descrive con esattezza la prassi del suo lavoro, che pensa senza colature, si ferma sempre un attimo prima di dire una parola inutile.
Cani. Me li fa vedere quasi per caso, ci andiamo praticamente a sbattere, mentre usciamo dal suo studio, manca il tempo per guardarli davvero. Ne ritrovo uno candido, enorme, una sorta di levriero-fusoliera, a guardia di un banchetto smobilitato. È un lavoro sull’Ultima Cena, il cane difende le briciole, Cristo è uscito di scena, Cristo non c’entra più nulla, la Chiesa è una tavola vuota vegliata da un ringhio.
Poi Velasco prova a metterli sul monumento a Pertini di Aldo Rossi, ma non glielo fanno fare. Mi ricordo i cani, stipati in un cortile dietro via Manzoni, una volta di più, paradossalmente, incarnazione della condizione dell’artista, scartato, ridotto all’inazione, cacciato in un angolo a leccarsi le ferite. In quell’occasione però, più delle sculture mi avevano colpito 3 dipinti.
Avevo anche mandato un sms, a Velasco, con il nome di un trittico di album di John Coltrane: “Living Space”, “Ascension”, “Stellar Regions”. Sono i 3 lavori più disaggregati, free form, tumultuosi e mistici del sassofonista, il suo esito estremo. C’è dentro quella musica una forza ascensionale, qualcosa che sembra strapparti i piedi dall’asfalto, una sete tossica di assoluto che è anche la condizione dello stilita, che parla di notte con gli altri eremiti coi fuochi, di monte in monte. Quella stessa spinta a staccarsi dall’inutile dinamismo a vuoto della città, a cercare la misura della propria condizione in quella zona del cielo in cui gravitano le nuvole più basse, per poi alzare ancora lo sguardo, prendere le misure alle stelle fisse, la sentivo in quei 3 dipinti.
Non avevo mai pensato in termini di pratica verticale, di rarefazione d’ossigeno, alla pittura. C’era dentro una voglia di fare il vuoto dietro a sé, di starsene finalmente da soli col proprio lavoro. Questo movimento ascensionale, provvisorio, precario, fortemente compenetrato con l’idea di operare con libertà assoluta, Velasco l’ha infine spostato dalla pittura alla scultura, facendo dei cani i propri anacoreti, issati su piramidi di secchi di vernice, in equilibrio instabile, spaventati da essere arrivati sin lassù, albero maestro o pira, vedette che ci annunciano quel che compare da lontano o forse solo vittime sacrificali.
In bilico, sul punto di cadere, incapaci di scendere senza farsi male, i cani che abbiamo visto nell’area della ex fabbrica Ginori, sono stati illuminati in maniera da sembrare quasi i bracci di una creatura dello spazio profondo, un Alien cristallizzato dentro a uno spazio museale. Mi sembra però che l’operato del lighting designer abbia giocato a spingere il lavoro di Velasco verso la volontà di farlo interferire con l’ambiente, mirando scientemente a travisare l’opera, a renderla altro da sé.
A me invece interessa, per quel che d’ineffabile, scontroso e romantico, d’intrinseco all’idea di crescita contiene il calcolo relativo alla percentuale di rischio che c’è nel fare di una creatura di branco uno stilita. Non mi sembra che all’arte e a sé si possa chiedere di più.
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