7
maggio
2010

Il nord-est produttivo

Giorgione da Castelfranco, Jacopo da Bassano, Cima da Conegliano; tre pittori conterranei e tre mostre a loro dedicate. Un percorso per ricordare quale straordinario centro di stili e correnti artistiche è stato il Veneto tra XIII e XIV secolo.

 

“Roma è più grande di New York, perché contiene tutta l’America e se stessa”.

Invecchiando, i tempi della provincia mi esasperano. Vicenza, sotto la pioggia di un treno perso e di un altro che non vuole arrivare, mi sembra fatta di gente che aspetta. Ognuno ha il suo modo d’ingannare il tempo, evitando accuratamente di guardare e parlare. La civiltà della conversazione, quella che si estende dagli Asolani a Signore e Signori, è dissolta. Egualmente irrintracciabile e inservibile è lo sguardo dei viaggiatori locali, Piovene, Comisso, Neri Pozza.
“Roma è più grande di New York”.
È strano puntellarsi a una frase di Mario Schifano per cercare di capire Jacopo da Bassano, e vedere poi se si riesce a infilare sullo spiedino dello stesso paradigma anche Cima da Conegliano e persino Giorgione.


Oggi le mostre si fanno per supportare l’idea di un’identità pronta a diventare un marchio.
Conegliano celebra Cima Poeta del paesaggio, e il link tra arte e territorio è già nei presupposti. Bassano del Grappa vincola addirittura la mostra Jacopo da Bassano e lo stupendo inganno dell’occhio alla creazione del brand Jacopo Bassano 500, ideato per diventare l’icona delle manifestazioni del quinto centenario della nascita del pittore. Ancora un cinquecentenario ha riportato Giorgione nel perimetro angusto delle mura di Castelfranco, con una rassegna ospitata addirittura nel Museo Casa, che si crede appartenesse alla sua famiglia.


Ma non c’è nulla di più irriducibile all’idea di territorio della pittura veneta. Dal quarto decennio del Cinquecento, Venezia è “più grande” di Roma, perché, dopo l’arrivo in Laguna di Cecchino Salviati, ne assimila i linguaggi manieristi, li rielabora e restituisce, trasfigurati dalla lezione locale del colore e da una concezione di spazio che, con Tintoretto, ha definitivamente surclassato l’idea della centralità dell’uomo nella storia.
Castelfranco però è più grande di Venezia, perché Giorgione contiene in sé non solo la pittura lagunare, ma tutta la tradizione padana, sino alla Milano di Leonardo, Bramante e Bramantino. A Bassano, Jacopo rilegge in maniera naturalistica Parmigianino, filtrato dal dalmata Andrea Schiavone, e recepisce El Greco prima di tutti.
Persino Cima, che sembrerebbe rispondere al prototipo dell’artista di provincia che va a scuola in città e poi torna al paese per ripetere quel che ha imparato in maniera sempre più sterile e estenuata, incrocia il proprio pennello con quello di Dürer, ed è probabilmente più open minded dei colleghi veneziani nell’accogliere le novità del maestro tedesco.



Giorgione attizza le fervide menti degli avventurieri da best seller e dei sacerdoti dell’iconologia, ma per gli storici dell’arte è un po’ come la Salerno-Reggio Calabria. Si sa come comincia, ma dove devia, dove s’interrompa e come finisca resta un mistero. Da una mostra-budello, che si rincorre su e giù per scale scricchiolanti, si esce anzitutto con l’idea che la paternità del tanto studiato fregio è appunto solo un’idea. Sotto il profilo del pensiero pittorico, distanze siderali sembrano poi dispiegarsi tra Le tre età dell’uomo di Palazzo Pitti e il Doppio ritratto di Palazzo Venezia.

Quanti pittori è Giorgione? C’è Dosso Dossi, e il giorgionismo ferrarese, dietro il Suonatore di flauto e il Cantore appassionato della Galleria Borghese? Il Sansone deriso, che Longhi riteneva autografo nelle scritture private al collezionista milanese Gianni Mattioli, non ha forse gli stessi presupposti? E l’attribuzione del Ritratto di arciere di Edimburgo non è un po’ spericolata? (a sinistra, Ritratto d’arciere di Giorgione, 1510).


Alessandro Ballarin, il Thomas Pynchon della storia dell’arte, il leggendario autore delle 1500 pagine su Dosso, scrive in merito all’Arciere che il dipinto può essere accostato a una “ritrattistica cortigiana, neoplatonica, stilnovista, fortemente idealizzata ed emblematica, che più nulla ha a che vedere con il ritratto realistico di Antonello, Bellini, Vivarini, Carpaccio”. Uno spunto che tutto sommato non si discosta dalla vecchia intuizione di André Chastel, sostenuta da cronologie un po’ traballanti, secondo cui Giorgione, alla stregua di Pietro Bembo, sarebbe un prodotto della cultura dell’ambiente cortese della regina di Cipro Caterina Cornaro.
Io ho solo due monete e due occhi, e non so dire se Giorgione finisca più in Tiziano, Sebastiano del Piombo o Dosso. Credo però che a farlo svoltare non sia stata tanto la consonanza di sentire con le corti dell’entroterra, quanto l’incontro, forse a più riprese, in Laguna con Leonardo, che capisce e interpreta con più spregiudicatezza intellettuale dello stesso Correggio.

Quanto ad Alessandro Ballarin, lo incontro finalmente, per la prima volta in vita mia proprio alla vernice della mostra di Jacopo da Bassano. E non resisto alla tentazione di comunicargli con entusiasmo quanto del Parmigianino mi è parso di vedere dietro al Riposo durante la fuga in Egitto dell’Ambrosiana. Lui prima aggrotta le sopracciglia. Un segnale intensamente polisemico nel lessico della faccia parlante, e che mi lascia nel dubbio: si sta concentrando? Sta cercando di ricordare? Non capisce? Si domanda chi io sia e cosa voglia? “Sa, stranamente è la seconda persona che oggi mi parla del Parmigianino… Tuttavia, se mi scusa – e mi indica qualcosa alle nostre spalle – volevo vedere se riesco a prendere un po’ di quel risotto ai broccoli”, lasciandomi definitivamente con il dilemma residuale di aver detto una banalità o una pirlata.


La rassegna di Bassano, pur concentrandosi su di un numero raccolto di opere, è fatta di pezzi di una qualità strepitosa, che testimoniano al meglio la spinta febbrile al continuo rinnovamento della propria pittura di Jacopo da Ponte. Che si emancipa in fretta dagli idilli stucchevoli di Bonifacio de’ Pitati, attingendo ai bresciani e al Lotto, ma che è poi capace di virare rapidamente verso la Maniera, e di ricondurla a una peculiare e antistorica sensibilità per la raffigurazione del vero, attestata anche da opere che precorrono la pittura di genere come i Due cani legati al tronco di un albero del Louvre.
In un momento di forte tangenza con Tiziano, Bassano arriva a realizzazioni di straordinaria intensità emotiva, come l’Ecce Homo, ricondotto ancora da Ballarin alla paternità del pittore, con datazione 1553 (che a me sembra comunque troppo precoce per questo livello di sintesi formale). Certo è un artista che passa indenne anche dal confronto con Veronese, ed è capace, come nel poderoso San Cristoforo dell’Avana, di svelare il colore con tocchi che riducono i volti e le carni quasi alla tumefazione.
Con chiara preveggenza della minore abilità dei figli, inventa infine un genere di raffigurazione pastorale che compendia aneddotica e naturalismo corsivo, fornendo loro una specie di polizza della vita, nelle forme di un protocollo esecutivo in grado di garantire il successo nel lungo periodo della bottega. (San Cristoforo di Jacopo da Bassano, 1559)

Un tratto d’umanità che ce lo rende ancora più simpatico e tutto sommato consanguineo del Cima, indubbiamente il meno ambizioso e geniale nel trio di pittori celebrati. Luce zenitale, repertori archeologici, sensibilità narrativa applicata più al paesaggio che alle figure: il segreto del successo dell’artista di Conegliano è nell’aver intuito che si poteva sorpassare a destra la lezione del vero di Giovanni Bellini, innestando le tecnica inimitabile di Antonello da Messina sulla ruvida classicità scultorea di Bartolomeo Montagna.
A Venezia, questa formula avrebbe presto stancato. Nella marca trevigiana, con sapienti aggiornamenti su Giorgione e sul tonalismo, ha retto all’infinito. E che Cima avesse ragione lo dimostra il fatto che piace ancor oggi, a fronte di una pittura raffrenata, che sazia troppo presto l’occhio, nel segno di un’invariabile armonia. E si resta lì, come l’angelo messo in copertina al catalogo della mostra, ad aspettare che succeda qualcosa, forse anche solo un treno che ci riporti a casa.

Link esterno: L’articolo su Giudizio Universale

 

 

24
aprile
2008

Le origini del topless

Andrea Dusio mette a confronto Francesco Furini e Guido Cagnacci su Giudizio Universale

La recensione-confronto. Francesco Furini e Guido Cagnacci furono i primi pittori di tette moderne. Due mostre, a Firenze e a Forlì, per ricordare le loro vite parallele e le differenze artistiche

 

I primi pittori di tette moderne. L’accostamento tra Francesco Furini e Guido Cagnacci, prima che dalla contingenza delle mostre di Palazzo Pitti a Firenze e dei Musei di San Domenico a Forlì, è dettato da una reminiscenza iconografica: la dolciastra allusività delle donne di Tiziano, la carnalità esuberante di Veronese, e quella debordante di Rubens, si sciolgono finalmente con loro in una tattilità commisurata ai nostri sensi. Questo legame apparentemente superficiale tra il pittore toscano e quello romagnolo, per un curioso gioco di sovrapposizioni biografiche, tangenze di sensibilità e convergenze di prassi, esce però fortemente corroborato dalle due rassegne monografiche.

 

 

Furini, dalle aste al convento (e ritorno)

Furini è un pittore difficile da schematizzare. Formato nella bottega romana del caravaggesco Manfredi, ha un esordio fiorentino schiettamente naturalistico, rinnegato per soddisfare le esigenze economiche insorte allorché il padre uccide un uomo in una rissa ed è condannato al confino. Francesco si trova a un bivio: o sfonda o deve trovarsi un altro mestiere. Appronta allora una tela enorme, di grandissimo impatto scenografico: l’Aurora, nelle forme di una ragazza a seno scoperto, scende in una radura, a contemplare Cefalo addormentato, vestito di una fastosa vestaglia porpora. Il dipinto viene appeso al muraglione gotico di Palazzo Spini, nel giorno di San Giovanni del 1625. Quest’asta “spudorata” e inusuale attira l’attenzione di una committenza che chiede dipinti a tema mitologico. Nella fase dell’invenzione, Francesco si avvale di un poeta, Andrea Salvadori, che lo aiuta a definire le complesse allegorie del suo repertorio, funzionali a decretare un vero e proprio trionfo del nudo, come sistema di rappresentazione capace di condensare i valori estetici della classicità. Dalla scultura antica desume invece la gestualità e gli atteggiamenti delle figure che vanno a comporre le complesse coreografie dei suoi dipinti. Nascono così i suoi lavori capitali, come Ila e le ninfe, Il parto di Rachele e Le tre grazie.

Poi, qualcosa nel meccanismo dell’uomo s’inceppa. Lascia le compagnie cortesi e la città. Prende i voti e si rifugia in una valletta del Mugello, dove trascorre le giornate tra gli uffici religiosi e l’esecuzione di pale d’altare silenti e dimesse. A riportarlo a Firenze, con un’altra cesura che lascia di stucco, è la commissione degli affreschi nel salone del quartiere d’estate di Palazzo Pitti, quegli stessi al cospetto dei quali è allestita la mostra. Stavolta però Furini stecca. Alla prova con una tecnica che non padroneggia, dà luogo a un’organizzazione spaziale squilibrata e paratattica. Il fallimento è così evidente, che la sua pittura ne esce ancora una volta trasformata. Torna alle opere mitologiche. Ma è il senso barocco del teatro al centro della sua attenzione. L’equilibrio classico è rotto, in favore di una drammatizzazione violenta, quasi neo-manierista: le figure si muovono ora su vastissimi scenari di tenebra, con gesti che somigliano a lampi.

 

 

Cagnacci, la Maddalena e Superman

Ancor più irrequieta, se possibile, è la parabola artistica di Guido Cagnacci. La sua formazione romana avviene nell’orbita del Guercino e a contatto con Vouet e Serodine. Questi modelli gli permetteranno di tenere assieme valori pittorici che paiono divergerti. La sensualità e un sentimento profondo di pietas da un lato, la teatralizzazione dei sentimenti e la loro interiorizzazione dall’altro. La straordinaria pala di Rimini dei L’estasi dei tre Santi Carmelitani del 1629 rappresenta una delle impaginazioni più ardimentose del nostro Seicento: una scena in cui lo schema piramidale si combina con la formidabile presenza dei tre angeli, due dei quali raccolti in muto colloquio sul corpo della Santa Teresa trafitta, e l’altro che leva un’altissima ala di farfalla, quasi a far da paralume alla scena superna dell’estasi di Sant’Andrea Corsini. È il momento di caravaggismo più sentito, una sorta di scollinamento, dopo il quale Cagnacci si avvicinerà, in coincidenza al proprio approdo a Bologna, al modello, allora dominante, di Reni. Guido possiede utensili tecnici e sensibilità per sbaragliare il campo dei discepoli del maestro: la Maddalena portata in cielo, come una procace Loris Lane portata in volo da Superman, scatena non a caso l’ira del Cantarini.

Invece di sposare la monumentalità vibrante del classicismo reniano, Cagnacci opta però per una sorta di rarefazione ascetica, concentrando la propria ricerca su donne dipinte a mezza figura su sfondi monocromi. Nell’adesione a un controllo formale che i contemporanei scambieranno per povertà di mezzi espressivi. Ed è proprio nelle immagini più esplicitamente sensuali, che riemerge il sostrato cattolico del pittore romagnolo: nel combattimento interiore di Lucrezia, nell’anelito mistico di Cleopatra, nel senso di ricomposizione delle lacerazioni interiori che si spande come un balsamo benefico sulle sue scene di morte. Se Furini è già pienamente moderno, gli esiti più alti di Cagnacci sono assolutamente contemporanei. Per quella capacità che hanno di astrarre il pensiero pittorico dalla rappresentazione in sé, e proiettarlo su di un piano assolutamente concettuale. E d’altronde, cos’altro è ogni mimesis erotica, se non puro logos?

Link esterno: l’articolo su Giudizio Universale

 

 

14
marzo
2008

Ritratto del genio da giovane

Andrea Dusio su Valerio Castello in occasione della mostra di Genova nel 2008

Ratti delle Sabine e Stragi degli innocenti sembrano alludere alla fine tragica che aspettava Valerio Castello a soli trentaquattro anni. Oggi la sua Genova gli dedica una mostra, che finalmente proietta il prolifico pittore del ‘600 oltre la una dimensione esclusivamente locale

 

Quanti grandi pittori aspettano ancora di essere scoperti? Uno è certamente Valerio Castello, a cui la mostra che si tiene a Genova, negli spazi del Museo di Palazzo Reale, restituisce finalmente la giusta dimensione, proiettandolo a uno snodo cruciale della pittura europea, laddove la reazione anticlassicista propria della seconda stagione barocca innesca quel processo di violenta evoluzione stilistica che porterà all’elaborazione del rococò. Le ragioni per cui Valerio Castello sino a oggi era un nome conosciuto per lo più nell’ambito degli specialisti di pittura genovese sono tutte biografiche. Morto a soli trentaquattro anni nel 1659, in circostanze tuttora misteriose, ebbe falcidiati dalla pestilenza del 1656/1657 alcuni tra i suoi allievi migliori. La vocazione eclettica della scuola ligure contribuì poi a confondere ulteriormente le acque, relegando sul piano storiografico l’influenza di Valerio Castello a una semplice suggestione sugli artisti delle generazioni successive.

 

Poco più di trent’anni. Attraversando le sale della mostra, allestita splendidamente all’interno degli Spazi del Teatro del Falcone, sfruttandone le gallerie e il ballatoio (che, dipinti di bianco, ricordano irresistibilmente gli interni di una nave), non ci si capacita anzitutto di come Valerio possa aver lavorato così tanto, anche tenendo conto le numerose imprese decorative in cui si è trovato coinvolto nell’ultimo decennio della sua vita. Che poi, a fronte della sua precocità, è quello in cui deve essere giocoforza concentrata la parte più cospicua del suo catalogo, sulle cui datazioni possediamo a tutt’oggi solo informazioni molto incerte, che chiedono un’integrazione essenziale di matrice critica, nella persistenza di un così assordante silenzio delle fonti.
È di soli dodici mesi fa la grande rassegna dedicata da Palazzo Ducale a Luca Cambiaso. Ancora una volta ci troviamo, con Castello, a un pittore sino a oggi inspiegabilmente poco studiato. Un altro autodidatta, pur provenendo da una famiglia di artisti. Un altro che si è scelto da sé i proprio modelli. Che sono per di più, e questa è la cosa più stupefacente, esattamente gli stessi di Cambiaso, anche se tra i due intercorre circa un secolo (Luca era nato nel 1527), e il padre di Valerio, Bernardo, ha probabilmente fatto in tempo a frequentare la tarda bottega cambiasesca. Cosa può vedere attorno a sé Valerio nel tempo esiguo che lo separa dalla sua primissima formazione al momento in cui è già un pittore compiuto e assolutamente autonomo? A Genova in quel momento dominava la scena un naturalismo di lontana ascendenza caravaggesca (e fa effetto scrivere lontana, se è vero che dalla morte del Merisi passano non più di cinque lustri). Domenico Fiasella e Luciano Borzone modulano in maniera differente una ricerca volta a un descrittivismo non privo di inserzioni di spiccato lirismo, spesso però discontinuo sul piano squisitamente qualitativo. Orazio e Giovanni Andrea De Ferrari sono i più veloci a recepire la lezione sentimentale di Van Dyck, adeguando la propria tavolozza a cromie più calibrate e innalzando l’intonazione delle proprie tele. Gioacchino Assereto, per molti versi il pittore più interessante, integra l’ultima maniera lombarda e un caravaggismo eclettico, che si nutre degli esempi di Ribera, Stomer e della scuola napoletana. In prima istanza, Valerio scarta decisamente tutte queste possibili direzioni di lavoro, e riparte esattamente da dove aveva cominciato Cambiaso: Perin del Vaga. Non è da escludere che Bernardo Castello avesse peraltro in casa opere del pittore toscano. E certamente doveva possedere disegni, o almeno stampe del Bonaccorsi. Erano poi visibili tutti i lavori compiuti da Perino nella reggia di Fassolo di Andrea Doria, e la pala di Bavari, così come opere di grande formato oggi disperse. Valerio però sembra concentrarsi sulle tante Sacre Famiglie, quei soggetti cioè che potevano aiutarlo ad apprendere più velocemente la conduzione del disegno. E non vogliamo risultare ossessivi, ma torniamo per un attimo ai primi numeri del catalogo di Cambiaso: una Sacra Famiglia dietro l’altra, radicalmente perinesche.
Se i due, a cent’anni di distanza, guardano alle medesime cose, c’è però in Valerio un intento tutto nuovo. Usare il disegno come fragile espediente plastico, su cui strutturare figure costruite per velature successive, svuotate di volume e dunque leggerissime, a tratti già evanescenti e comunque già indirizzate verso quella frastagliatura del segno, quel ductus nervoso, velocissimo e svolazzante che fanno di lui, perdonateci una frase ad effetto, un pittore del Seicento talmente radicato nel Cinquecento da appartenere già compiutamente, come habitus mentale, al Settecento.

 

Non è in mostra, ma ci pare comunque inevitabile richiamare alla memoria il dipinto di Arma di Taggia. Attribuito una volta a Perino (posizione peraltro ribadita nel 1986 da Elena Parma), e che qualcuno voleva addirittura di Cambiaso. Oggi lo si assegna comunemente a Parmigianino (il cui nome fu pronunciato per la prima volta da Longhi nel 1958), anche se, a parere di chi scrive, qualche dubbio rimane. Non sappiamo se Castello lo abbia mai visto, ma questo celebre olio su tavola aiuta a comprendere la “progressione naturale” di Valerio. Che, quando il Bonaccorsi non ha più niente da dirgli, si volge senza indugio allo studio di Francesco Mazzola. È lui, e non Correggio, il suo modello parmigiano. Quella cifra radicalmente anti-barocca del Castello, che coincide con il suo disinteresse per il teatro dei sentimenti, quel surplus di astrazione, quell’eleganza principesca delle sue figure femminili, tutte in qualche misura equidistanti tra Beatrice Borromeo e le vergini lampadofore della Steccata, Grace Kelly e la Madonna dal collo lungo (o quella di San Zaccaria, opportunamente esposta a Genova), sembrano accogliere la misura più volatile e solare del genio di Parmigianino, declinandolo a una maniera ancor più fratta e sfasata (in virtù di quello che un regista cinematografico definirebbe un più marcato gioco sui fuochi) nell’indimenticabile Madonna della fruttiera, indubbiamente il coup de foudre della rassegna di Palazzo Reale, attorno a cui si raccolgono altre opere memorabili, a partire dalla Madonna delle ciliegie che sarebbe piaciuta a decadentisti e scapigliati, se mai l’avessero vista. Ma Valerio Castello non si ferma: correggendo in qualche misura questa sua pur virtuosissima deriva vaporosa, va in cerca di un terzo modello, trovandolo in Giulio Cesare Procaccini, che gli serve a svincolarsi dall’impostazione disegnativa e a costruire plasticamente i propri dipinti a partire direttamente dal colore. La sua pittura acquisisce così una “monumentalità dinamica” che gli permette di superare a sinistra le regole della prospettiva e di mettere a tacere una sua debolezza intrinseca sul piano della scioltezza dei gesti: un’altra prova indiretta di un’anomala persistenza “cinquecentesca” nel suo linguaggio.

 

Nel contempo (ci vien da dire così, non volendoci avventurare in arbitrarie cronologie), Valerio inizia a travasare la tecnica del bozzetto in opere che non rimandano necessariamente a un progetto da tradurre poi in grande formato, e che dunque hanno una vita e un senso autonomo. Un segno più corsivo, di una velocità vertiginosa, che lo porta a optare per una sorta di non finito che va oltre il semplice “far presto”, e che comunque aiuta a spiegare la sua straordinaria prolificità degli ultimi anni, così come la capacità di mantenere una produttività cospicua su tela anche mentre è impegnato nelle sue impegnative opere in qualità di frescante. Questa nuova tecnica accentua il carattere sperimentale della sua ricerca, e si innesta anche su di uno spostamento verso tematiche seriali più inquiete, che forse riflettono quelle angosce epocali che, dall’altra parte, i magnifici affreschi di Palazzo Balbi Senarega sembrano negare. I numerosi (e tutti di strepitosa qualità) Ratti delle Sabine, le Stragi degli Innocenti, l’incredibile compendio di pittura classica e anticlassico del Ratto di Proserpina, agli occhi dello spettatore di oggi non possono che alludere al terrore di un’interruzione violenta e improvvisa della vita, come quella a cui andrà incontro lo stesso Valerio. Rifuggendo però le interpretazioni romantiche, ci limitiamo a dire che in queste opere soprattutto si concentra un’impressionante tenuta qualitativa, che abbina impaginazioni raffinatissime, spesso costruite con la successione e l’intersezione sistematica di quelle diagonali che prima avevano contraddistinto le sue opere per committenze religiose, a una stesura cromatica in grado di tener testa al meglio della pittura veneta coeva. E se tele più statiche, come Le Danaidi e Il trionfo di David (mirabile la citazione al Tanzio) riflettono tutta l’eleganza esornativa di un artista che non si stanca mai di giocare con lucentezze, bagliori, riflessi di fibbie, armi, corazze, briglie, acque, oreficeria, vasellame (e qui ci vorrebbe Alberto Arbasino per enumerare coi nomi giusti bacili, brocche, pentole, calderoni…), dovremo comunque concludere che, qualora di tutto questo sterminato travaso della frenesia della vita in linee vorticose dovessimo tenere un solo exemplum, da salvare a una catastrofe imminente o da spedire ai marziani, ci toccherebbe scegliere un piccolo olio 50×63, dalla Collezione Zerbone. Un altro Ratto delle Sabine, affogato in un nero da procella, con le figure ridotte a segmenti di luce, stelle filanti che si annodano fino a incarnarsi nei fantasmi di un sabba, cui non resta altra carne velo armatura che il po’ di colore sufficiente alla più breve delle pennellate.

Link esterno: L’articolo su Giudizio Universale

 

 

17
ottobre
2007

L’insolito posto

Andrea Dusio parla di Ferrara su Giudizio Universale

Sì, c’è il Castello, il Duomo, il Palazzo dei Diamanti e tutte le altre meraviglie della città rinascimentale. Ma quello che vi proponiamo qui è un itinerario per la Ferrara inconsueta, tra dimore nascoste e gatti azzurri.

 

Serve una straordinaria determinazione, una sorta di cecità selettiva, per voltare le spalle a tutta la Ferrara monumentale. Perché in nessun altro luogo il mestiere prosaico del turista, che vede ciò che è comandato senza che gli si comandi di capire quel che ha visto, s’ammanta comunque di fiaba, e non sai come scrollarti di dosso tutta quella bellezza ingombrante e insinuante, che, come una malia della maga Melissa, porta a ritornare sui propri passi anche chi ha già deviato dalle vie più frequentate dai visitatori di un giorno.

 

Così, non basta scartare il Castello Estense, Palazzo Diamanti, con la straordinaria pinacoteca e il monumentale Polittico Costabili, e l’Addizione Erculea (ossia l’intervento urbanistico con cui, sotto Ercole I, l’estensione della città venne letteralmente raddoppiata), il Duomo, con il Giudizio Universale del Bastianino, che finge di ripetere le figure di Michelangelo, e poi le svuota di peso, lasciandole appese all’abside con la consistenza lattescente della nebbia. Va evitato anche il bellissimo Museo della Cattedrale, che conserva le più commoventi e simpatetiche sculture del nostro Medioevo, quel Ciclo dei Mesi senza vedere il quale non si può dir di sapere con quanto gusto, sagacia e divertimento gli uomini del XII secolo sapessero descrivere le loro occupazioni quotidiane, in maniera che oggi sarebbe impossibile anche al più sottile dei fotografi. Tacendo poi i meravigliosi incunaboli miniati dalla scuola di Taddeo Crivelli, l’arazzeria fiamminga sui cartoni di Camillo Filippi, e soprattutto le ante d’organo di Cosmè Tura, con il san Giorgio che uccide il drago (tema che costituisce una vera e propria ossessione locale), un’opera su cui si potrebbero tenere due o tre annate di lezioni di storia dell’arte e altrettante di psicologia della paura.
Senza dimenticare di stare lontani da Palazzo Schifanoia, con quegli affreschi che costrinsero Roberto Longhi, per decifrarli, a scrivere il più bel saggio moderno sulla pittura antica, quell’Officina Ferrarese che solo gli studenti italiani impunemente ignorano. Né degnando di uno sguardo tutte le palazzine e le delizie estensi, le chiese e i conventi, la casa d’Ariosto e il Museo Boldini – dove troverete la più bella ambientazione possibile per una quadreria dedicata alle raffigurazioni leziose, estenuate e mondane del grande artista ferrarese, autentico anticipatore della grandeur della sartoria nostrana.

 

Siete riusciti a svincolarvi da tutte queste visioni? Bene, possiamo iniziare a guardare Ferrara. A vederla così, dal punto in cui si dipartono Corso Ercole D’Este (non servirò certo io a dire che è la via più bella d’Italia, immersa come sembra in quella perenne atmosfera di vigoroso Rinascimento) e Corso Giovecca, che accende il ricordo della loggia degli aranci di Marfisa d’Este, sembra strano che sia tra le città italiane una delle più moderne: la penultima per fondazione, se si escludono quelle create dopo le bonifiche fasciste. Il nucleo medioevale era davvero minuscolo, e si snodava attorno ai palazzi di rappresentanza, ma aveva il suo cuore più pulsante dietro la chiesa di San Paolo, in quella via delle Volte i cui passaggi coperti ricordano quelle atmosfere schiettamente emiliane che ritroviamo anche nei palazzotti della Via Carlo Mayr. Qui dietro si nascondono le rue d’impareggiabile silenzio che amava Filippo De Pisis, come via del Cammello, allorché preferiva ancora la letteratura alla pittura, dedicando a Ferrara un taccuino di prose bellissime, popolato di donne che colgono quadrifogli nelle piazze quadrate ed erbose di quella che chiamava la “città pentagona dalle cento meraviglie“.

 

Ma la zona più magica, in cui ci si dimentica per un attimo dei cieli sconfinati di questa città tutta piana a perdita d’occhio, è quella delle prime Addizioni, di Niccolò II e Borso, che prima sfondano dolcemente le vecchie mura e le spostano un poco più a Nord, e poi prolungano gli assi d’espansione della città in parallelo al Po di Volano. Qui, poco oltre le strade dai lumi anch’essi azzurri del ghetto, e i canti elegantissimi delle vie Vignatelata e Vittoria, una domenica mattina mi sono attardato a spiare i cortili di Casa Romei e del Palazzo di Renata di Francia. Era ormai mezzogiorno, e mi aspettavano a pranzo in una di quelle antiche dimore nascoste dietro ai portoni della via Montebello, in fondo alla quale mi dicono esserci uno dei luoghi più remoti e misteriosi di tutta Ferrara: i grandi prati e gli alberi rigogliosissimi del cimitero ebraico. Io però stavo sul sagrato di Santa Maria di Vado, dov’ero andato a cercare le tele del più misconosciuto dei maestri ferraresi: quel Carlo Bononi che aspetta di avere una mostra degna della sua grandezza. Nessuno qui, nessuno lungo le muraglie nobili della Via Scandiana, né nei chiostri popolati da quei gatti azzurri che impressionarono il presidente De Brosses, e nemmeno all’altezza dello scomparso convento dei Gesuiti, ricordato da Montagne. Solo un rumore come d’acqua, sgorgante non si sa da dove, simile a una risata. E in quell’ora in cui, chissà perché, si rimasticano sempre, nel vuoto, le proprie ambizioni tradite e quelle per cui ancora si spera, quelle risata sibillina mi è parsa sciogliersi in una limpida voce di ragazza. “Ti curi ancora del tuo futuro? Io me ne infischiavo. Preferivo di gran lunga le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato“. Quella voce, i capelli sempre immaginati, il sorriso enigmatico e svagato, e le parole ingannevoli e disperate di quella bocca che tutti abbiamo sognato di baciare: la bocca di Micol Finzi-Contini.

Link esterno: l’articolo su Giudizio Universale

 

 

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