Pare che in questi giorni un grande storico dell’arte (che ovviamente non vuol comparire) abbia manifestato così la sua comprensibile saturazione caravaggesca: «ma basta, che lo lascino stare in pace, povero Cara!». Ed in effetti, in questi anni, c’è stato un via vai e tripudio talmente esagerato di capolavori e pseudo-copie, di mostre mostrine mostrone, col povero, impotente Caravaggio come nome-civetta, e poi capolavori reperiti all’ultimo istante (presunta prestidigizazione pubblicitaria-accalappia-gonzi) spericolate-sconvolgenti ipotesi attributive, siluri subacquei tra improvvisati esperti ed attitolati vedovi-perenni del Merisi, convegni, saggi, cataloghi, volumoni coffee books, film, sceneggiati, docu-romanzi, contrapposte raccolte di documenti ecc. Unico ritrovamento davvero degno e rilevante, la prova recente, trovata da un appassionato non addetto ai lavori Vincenzo Pirami, nella milanese Parrocchia di Santo Stefano in Brolo, ch’egli non è nato a Caravaggio, come vuole il suo patronimico di famiglia, ma a Milano, e con data anticipata al settembre del 1571. Come del resto intuito da tempo da Maurizio Calvesi, tra molte resistenze, perchè ovviamente la sua cronologia subisce ritocchi.
Quindi, in sintonia con l’illustre storico, forse dopo tanti trasbordi superflui e mostre inutili e pretenziose (ompresa quella assai ardita ma sostanzialmente discutibile del match sportivo tra Caravaggio e Bacon) il dono più sensato, di questo quarto anniversario della morte del Merisi, sarebbe stato paradossalmente quello di non mostrare più nulla, trionfalisticamente e patriotticamente e, di contrappunto, di riflettere, in silenzio, al suo solo significato storico e alla sua inaccostabile, intangibile solitudine, disturbata ma non scalfita da questa corsa agonistica all’aggiornamento a tutti i costi.
Allora, che fare di Caravaggio? Il dramma, è come sempre quello del serpente che si morde la coda. Per dimostrare questa sazietà, non si può evitare di aggiungere un’ennesima pietruzza alle mitologie del rito monografico o al rituale delle polemiche. Ci prova per esempio un giovane outsider come Andrea Dusio, che per accompagnare questo suo «libro bianco» di denunzia (che more cinematografica, ricorre all’esterofilia del titolo Caravaggio. White Album. Cooper editore) ci fa solo sapere, in copertina, che questo è il suo primo libro d’arte: il che fa immaginare che probabilmente ne ha scritti altri, di altra dottrina. Di musica? C’è da crederlo, visto i riferimenti costanti a Kurt Cobain e Lou Reed, ai Rolling Stones ma anche al suonatore di viola da gamba Jorgi Savall, da cui tutto sembra avere origine, una sera, Chiesa di Santo Stefano. In realtà no: la colpa di tutto è l’attrice da sceneggiati-tv Elena Sofia Ricci, che il nostro autore una sera vede in uno sceneggiato su Caravaggio e tenta di capire, Wikipedia facile, se il ruolo di finzione di Costanza Sforza Colonna è stato davvero così rilevante per il Caravaggio, oppure se è una concessione puramente glamour-tv: e per una diva ci vuole. E con concessioni un po’ indulgenti, lui dice alla Nanni Moretti, noi si pensa alla Agosti del Mantegna, si autoritrae ragazzino mentre bigia la scuola, «con improbabili pantaloni di tela rossi e una t-shirt a righe orizzontali, come una casacca di rugby» per visitare l’Ambrosiana. Ma non per scoprire la celebre Fiscella collezionata dal Borremeo (poi scoperta sulla banconota da centomila) ma omaggiare Leonardo e Raffaello. Di qui, dall’alto di questa «sordità», tanti improperi e saette contro i titolari della critica ufficiale, che effettivamente in questi anni hanno spacciato copie di copie ed improbabili Caravaggio, pur di rientrare nella ronde delle mostre.
Colpirà l’establishement questa biografia incappucciata da pamphlet? E i titoli provocatori (Una Maddalena pop, Cordial Campari alla salute di San Carlo, In Taverna con Vittorio Gassman) basteranno a svecchiare il titillato Caravaggio, così come il ricorso ai Nirvana? O Caravaggio va gustato liscio e puro? L’attesa mostra centenaria alle Scuderie, affidata ad alcuni rami soltanto della critica ufficiale, si propone appunto di fare piazza pulita di quanto risulta spurio o azzardato, tornando ai soli capolavori certi ed assoluti (ogni studioso, invece di dilagare criticamente, si sceglie un capolavoro e canta il suo epicedio). Certo: l’ideale sarebbe dimenticare tutto e ripartire da zero. Ma è ancora possibile, in questo mondo di brusii televisivi e di rumors ermeneutici?
Caravaggio, genio si ma a rischio di overdose (573,1 KiB, 149 hits)
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