24
agosto
2010

Caravaggio White Album – Il dialogo

Le foto dello spettacolo Caravaggio White Album – Il dialogo con Alessio Boni e Andrea Dusio


L’evento si è svolto a Porto Ercole il 14 agosto in occasione dei 400 anni dalla morte del celebre artista, con la regia di Marcello Prayer e testi e letture tratti dal saggio “Caravaggio White Album” di Andrea Dusio.

 

 

4
agosto
2010

Alessio Boni e Andrea Dusio in Caravaggio White Album – Il dialogo

Un dialogo per scoprire i fondamenti di un genio creativo, come ha vissuto, pensato e lavorato Caravaggio, un uomo che ha rivoluzionato il modo di dipingere e i rapporti con il sistema dell’arte.

 

Nel 4° centenario dalla morte, incontriamo Caravaggio e ripartiamo da zero, riscrivendo una rivoluzione che ha cambiato la storia dell’arte e la pittura attraverso le tappe principali del suo percorso artistico.

Lo scrittore Andrea Dusio, autore di Caravaggio. White album (Cooper Editore), e Alessio Boni, che lo ha portato sullo schermo, si confrontano sull’incontro con questo artista e sui rispettivi percorsi di interpretazione attraverso letture, conversazioni e musica.
Un dialogo per andare oltre lo stereotipo dell’artista tenebroso e violento, per entrare nella sua vita, nel suo tempo e ritornare all’oggi riscrivendo il senso della sua opera.
Un incontro per rimettere al centro la sua arte, per comprendere le motivazioni e i sentimenti che guidarono le sue scelte artistiche, trasgressive e rivoluzionarie, per mettere a nudo la verità dei suoi dipinti, per rivelarne l’essenza e scardinarne i luoghi comuni.

Porto Ercole, 14 agosto 2010 – h. 21.30
Regia di Marcello Prayer
Testi di Andrea Dusio


Link esterno: Porto Ercole Calendario Eventi

 

 

3
agosto
2010

Caravaggio rivive

Andrea Dusio intervistato da Affaritaliani.it a proposito di Caravaggio White Album – Il Dialogo, con Alessio Boni

 

Il 14 agosto alle 21.30, sulla balconata Belvedere di Porto Ercole, avrà luogo Caravaggio White Album il Dialogo, una conversazione fra Alessio Boni, che interpreterà il controverso artista lombardo, e Andrea Dusio, autore del libro che da’ il titolo allo spettacolo e a cui la pièce stessa è ispirata.

L’intento è quello di dare una nuova chiave di lettura all’opera del Caravaggio, in cui siano messi in luce i suoi limiti pittorici, l’evoluzione artistica che passa attraverso un percorso sperimentale e il desiderio di innovazione nel raffigurare personaggi con una precisa identità, consuetudine ancora poco praticata a quei tempi, ribaltando un clichè che vuole Merisi soltanto artista maledetto, tormentato e tenebroso.

 

Il titolo Caravaggio White Album – dalla copertina provocatoriamente bianca – vuole mostrare sotto un’altra luce la figura di questo artista che viene sempre rappresentato in maniera un po’ fosca” spiega Andrea Dusio e continua: “In questo saggio ho voluto mostrare un lato inedito di Caravaggio, che è stato sempre poco analizzato: un pittore che è stato capace di costruirsi sia a livello tecnico che a livello contenutistico, quadro dopo quadro, per arrivare negli ultimi anni ai risultati che tutti possiamo ammirare. Uno dei punti deboli del giovane Caravaggio è la scarsa frequentazione del disegno e la poca dimestichezza con le bozze preparatorie dei quadri commissionati per le chiese, opere fino ad allora create senza intento riproduttivo della realtà, ma sostanzialmente decorativo. L’autore del Martirio di San Matteo inizia ben presto a riprodurre la realtà dal vero e a portare sulla tela immagini quotidiane, creando per la prima volta la profondità e il movimento attraverso un gioco di luci e ombre: il suo limite, almeno all’inizio, sono i quadri di respiro corale, con molti personaggi da rappresentare. Effettivamente, partendo dalla riproduzione della figura singola, si arriva prima a tavole con due figure, poi con tre, I bari, ad esempio, e alla fine a tele affollate da personaggi, come il suo ultimo dipinto, il Martirio di Sant’Orsola, dove anche la dimensione temporale dell’episodio è compressa all’interno dell’immagine”.

 

Il pittore, nel Seicento, per il suo ruolo preminente e legato agli ambienti ecclesiastici, svolgeva il ruolo di comunicatore e divulgatore dei messaggi della Chiesa al popolo: per questo, volendo azzardare un paragone, l’artista lombardo potrebbe essere paragonato a Oliviero Toscani, per la forza e il crudo realismo nella rappresentazione della realtà. Caravaggio, poi, ad un certo punto della sua carriera, arriva a svolgere un vero e proprio ruolo di mediatore, soprattutto a livello concettuale, fra committente e oggetto rappresentato.

 

La mia scommessa”, insiste Dusio, “è quella di raccontare quello che ancora non è stato detto, senza sensazionalismi e inutili clamori”. Lo spettacolo fa parte di una serie di iniziative organizzate in occasione della mostra Michelangelo Merisi da Caravaggio “Chiuder la vita”, dove si può ammirare San Giovanni Battista proveniente da Galleria Borghese, mostra che dal 18 luglio al 18 agosto è ospitata nella Chiesa di Sant’Erasmo a Porto Ercole. “Effettivamente” continua Dusio, “accanto al quadro, inizialmente erano previste delle tele di Luca Samorì, un artista contemporaneo, ma dalla Sovrintendenza di Roma è arrivato un rifiuto e accanto alla tela, oggi, ci sono La Maddalena penitente e San Giovanni Battista sdraiato, le tre opere che Caravaggio trasportava nel suo ultimo viaggio da Roma a Milano”. Nato da un’idea di Stefania Stecca, una delle ideatrici della mostra, con Cooper Editore, Caravaggio White Album Il Dialogo vede la presenza in scena di due attori, che si muovono in un contesto di immagini, musiche e letture di alcune pagine del libro.

 

La scelta di Alessio Boni è stata una scelta obbligata: nessuno come lui ha interpretato meglio e conosce con precisione episodi e aneddoti della vita del pittore lombardo. Definirei questo spettacolo un azzardo, in quanto il copione per noi è soltanto un canovaccio su cui costruiremo un dialogo, aggiungendo qualche elemento di improvvisazione. E’ per questo che credo che questa sarà l’unica data, ancor più ricca di spunti, per noi e per il pubblico”. Né Dusio né Boni interpreteranno un ruolo, ma si tratterà di un dialogo fra due persone: una esprimerà la maniera in cui l’artista pensa al proprio lavoro, l’altra metterà in luce un Caravaggio più privato: i sentimenti, gli amori e i lutti. Boni ha scelto di interpretare questo spettacolo per la sua passione per il pittore: all’estero per lavoro, sarà a Porto Ercole a metà agosto. Insieme a Marcello Prayer, il regista di Caravaggio White Album Il Dialogo, ha in programma uno spettacolo su Cesare Pavese, previsto a settembre a Milano. “Un artista puro, scevro da qualsiasi sovrastruttura, di cui mi interessa cogliere soprattutto il percorso di crescita artistica:”- conclude l’autore del libro – “nel momento in cui si riesce a comprendere la direzione di questo percorso, si è riusciti a fare l’operazione intellettuale più preziosa che si possa fare sul pittore e sull’uomo”.

 

Link esterno: L’articolo su Affaritaliani.it

 

 

19
luglio
2010

Caravaggio, è nata una rockstar

In 25mila alla “notte bianca” romana dedicata al maestro, due mostre da record, studi e scoperte continue. Un fenomeno mai visto prima di ora

 

Bisognerebbe sentire il suo agente, per capire se ha una data libera per il Festival di Reading. O magari per un deejay set a Ibiza. Nella «Notte bianca» che Roma gli ha dedicato, Caravaggio ha messo insieme 25.000 persone, disseminate tra le chiese della capitale e la Galleria Borghese. Tutte lì a vedere i suoi capolavori. E che un pittore morto da quattrocento anni faccia i numeri di un big della console o di una rock star è una novità assoluta.

A confermare l’impazzimento collettivo per Michelangelo Merisi c’è il boom del botteghino di Palazzo Pitti per la mostra «Caravaggio e caravaggeschi», che si va a sommare ai 600mila visitatori della rassegna delle Scuderie del Quirinale, un pellegrinaggio di massa che sarebbe entrato a perfezione nelle pagine di Fratelli d’Italia, come la mitica mostra mantovana di Mantegna che fece girare i tacchi a un Alberto Arbasino inorridito da quell’epocale carnaio. E intanto, manco si trattasse di Jim Morrison, una fiumana di fan adoranti rende omaggio a Porto Ercole alle presunte spoglie del pittore, le prime «ossa sue al 85%» di cui si abbia memoria, tecnoreliquie attorno alle quali ci si è affannati come in una puntata di CSI. Letizia Moratti, da parte sua, dopo aver tentato di dirottare le spoglie del pittore verso il famedio di Milano, propone di intitolare a Caravaggio l’aeroporto della Malpensa.
In attesa che le reliquie mettano a segno, da qui a fine agosto, quel miracolo che basterebbe ad aprire il processo di beatificazione – può bastare un bagnante dell’Argentario scampato da un attacco di medusa, naturalmente invocando il dipinto omonimo – a Caravaggio non si è risparmiata neanche la cerimonia di «reinvestitura» a Cavaliere di Malta, consumata in una fattoria maremanna, presumiamo con tanto di torneo dei butteri e grigliata finale, mentre, dall’altra parte, c’è chi sostiene che a ucciderlo, in una sorta di complotto di stato degno di una puntata della Notte della Repubblica, siano stati gli stessi Gerosolomitani, con l’aiuto dei Colonna, di Scipione Borghese, il tacito assenso di servizi segreti deviati e l’appoggio logistico della Cia. E nuovi Caravaggio spuntano ogni mattina, persino dalle pagine dell’Osservatore romano, e in un giro d’orologio tutti gli esperti dicono la loro in merito, anche se nessuno ha visto il dipinto – l’ennesima crosta derivativa – dal vivo.
Moriremo tutti caravaggisti? Nel dubbio, è il caso di chiedersi se davvero basta la biografia da sbandato, la sessualità incerta e l’allure dark dei dipinti a farne una rockstar. O se forse il fascino che esercita la sua figura non sia un altro sintomo dello sbandamento culturale dei nostri tempi. Se si aprono gruppi in suo nome su Facebook, se si moltiplicano le pubblicazioni e le opere audiovisive che lo riguardano, è probabilmente perché Caravaggio possiede quel minimo comun denominatore di genialità che è in grado di mettere d’accordo tutti. Gli unici a sottrarsi sono proprio gli storici dell’arte, che ricordano come pittori quali Velázquez o Rubens siano persino più grandi del Merisi, senza scomodare i big del Rinascimento. Ma non c’è niente da fare: Leonardo e Michelangelo sono dinosauri, Raffaello era già cotto dopo cent’anni, allorché proprio Velázquez poteva affermare di detestarlo. Caravaggio no, lui è un «forever young», come Rimbaud e Cobain, come James Dean e Francesca Woodman. Pazienza se amava dipingere persone anziane, se nella sua tavolozza degli ultimi anni c’è ben poco della sensualità della giovinezza, e domina invece un’atmosfera da camera mortuaria.

 

La verità è che Caravaggio piace perché riesce a eliminare dalla fruizione della pittura quel filtro intellettuale che si frappone tra l’opera e chi la osserva. Finalmente guardiamo uno che parla come noi, che non nasconde il significato dei suoi quadri dietro simbologie che non conosciamo, che non ci fa sentire come a scuola. Caravaggio è la morte delle audioguide, delle tavole sinottiche, delle opere studiate a casa sui bigini per non fare cattiva figura con gli amici una volta in mostra. Non fa distinzioni di censo o di titolo scolastico.
La pittura ha fondamentalmente a che fare con due intenzioni di massima: la rappresentazione dell’identità, in cui giganteggiano Tiziano, ancora una volta Velázquez, Bacon, e che ha a che fare con la posizione dell’uomo nel mondo e con la coscienza di sé. E, dall’altra parte, la rappresentazione della realtà, che è appunto il tentativo di togliere tutte le sovrastrutture che si frappongono tra lo sguardo dell’artista e la sua pennellata. Su questo fronte, Giotto, Masaccio e Caravaggio sono insuperati, e rappresentano il punto più alto di una maniera di sentire le cose che è radicalmente italiana, come dimostrano anche il verismo e il neorealismo: la nostra cultura da sempre tanto è più grande quanto più è anti-intellettuale.
Per un popolo che ha con la moralità un rapporto complicato, l’unica idea di etica possibile è un’etica dello sguardo. E anche la nostra favola nazionale ha curiosamente a che fare con il problema laico di raccontare la verità, non col fare il bene o il male. Caravaggio ci piace dunque quanto Vasco Rossi (o Valentino Rossi, o San Francesco, o Rino Gattuso) perché, non dicendo quelle bugie che sono quasi consustanziali al linguaggio artificioso dell’arte antica, è un pittore in carne e ossa (no, non quelle ossa… ), mica di legno. O almeno così ci piace credere.


Link esterno: L’articolo su Il Giornale

 

 

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